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Film statunitense, parla della notte di Capodanno dell'anno 1999 a Los Angeles. La macchina da presa, che già in Point Break (Punto di rottura, 1991) la Bigelow aveva usato in sequenze da capogiro, si rivela uno strumento inquietante di accelerazione delle immagini, fino al limite estremo di un cinema che assurge a cinema del non pensiero.
Se amiamo il cinema come mezzo per sognare, per le potenzialità proiettive e rappresentative che ci offre, con questo film ci troviamo invece di fronte a un cinema che satura tutti gli spazi di pensabilità e che, all'uscita dalla sala, ci lascia svuotati e soli, disorientati al massimo. Tutte le sirene della fascinazione maniacale sono messe in atto con grande maestria, nella megadiscoteca in cui si svolge buona parte del film, ma i tempi e i ritmi sono appunto quelli della discoteca, come me li racconta un giovane paziente, che tenta di sfuggire a un vuoto psicotico sempre più minaccioso, nello stordimento degli incontri occasionali, ma che fa un sogno ricorrente: “è nella sua discoteca preferita, si è addormentato, stordito, nel frastuono di luci e colori, si sveglia però bruscamente per scoprire che non c'è più nessuno intorno a lui. È imprigionato dentro la discoteca vuota, buia e silenziosa come una tomba e l'angoscia è tale che svegliarsi è un sollievo”. Come nel film, sembra non rimanere altra possibilità che continuare a stordirsi, anzi aumentare sempre più la dose di emozione, perché il tentativo di fermarsi rivela l'aspetto mortifero e, svanita l'eccitazione, appaiono l'angoscia e la solitudine affettiva.
Nel film lo spacciatore vende una nuova droga, è un trafficante di squid, emozioni forti registrate direttamente, niente meno che la mente e gli affetti degli altri (come a dire che nessuno osa più provarne di propri?). In un'accelerazione ai limiti della tollerabilità, la macchina da presa diventa frenetica per coprire il vuoto interiore e l'angoscia evitati attraverso sensazioni sempre più violente, immagini di passioni