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Che vuol dire sentirsi liberi? un sollievo, come si potrebbe dire in chiave anale (essersi liberati…) o un piacere, che é tutt'altra prospettiva, un piacere di e un piacere con? Domande su cui rifletto, mentre mi dispongo a licenziare - come si usava dire un dì - l'ultimo numero firmato da me come Direttore della Rivista di Psicoanalisi. Sono dunque io che licenzio e non loro - i colleghi, la proprietà - a licenziarmi? So bene che sono stato io a non ricandidarmi alla direzione della rivista, ma sono anche abbastanza avvertito da sapere che ogni realtà esterna può venire giocata, all'interno, in mille modi diversi.
Questo editoriale é dunque un saluto, ma anche una licenza che mi prendo. Licenza di scrivere - qualcosa di più della licenza di dire - alcuni pensieri che mi sembrano psicoanalitici non solo perché scritti da uno psicoanalista.
Tornando alla libertà, bisogna dire che essa é un oggetto non indagabile. Se ne possono vedere le condizioni, i limiti, se ne possono dare definizioni negative (quel che non é…) ma di per sé la libertà, come la salute, non ammette definizioni, chiede l'esperienza. E proprio come l'esperienza del piacere, anche quella della libertà costituisce un punto di non ritorno: chi l'ha provata non sarà mai più come prima. E la psicoanalisi é legata indissolubilmente alla libertà di pensiero e di parola.
Nell'insieme, questo lavoro é stato piacevole. È bello lavorare tra colleghi, avere delle discussioni animate ma non sterili, dalle quali si sa che uscirà qualcosa di vitale, qualcosa che sarà letto (si spera) e discusso. Ogni numero come un figlio che avrà un suo destino, del quale non possiamo sapere nulla prima, se non che ci auguriamo che sia un destino piacevole. È piacevole anche sapere di andarsene e di poter allora considerare la rivista da un altro punto di vista: come diventerà, cosa conserverà, come si svilupperà? Anche narcisisticamente: mi somiglierà, seguirà altre strade, avrà i lineamenti del nonno?
Ma é stato anche un lavoro libe