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“L'umiltà consiste nel dovere di sbagliare, di errare, per cogliere una possibile verità delle cose”.
Se l'errore dell'analista, la cui accezione va sfrondata di ogni connotazione moralistica, viene a costituirsi come elemento inevitabile della relazione paziente-analista (Fingert Chused e Raphling, 1992), ancora di più assume visibilità quando la relazione analitica si svolge con la supervisione istituzionale di un analista di training.
Alle incertezze e alle ambiguità inerenti il processo analitico e alla presenza di zone opache della mente, di conflitti non completamente risolti nell'analisi personale del candidato, bisogna aggiungere l'intensità degli scambi emotivi con il supervisore e l'aspetto valutativo insito nella presenza del terzo istituzionale. All'interno del nuovo quadro emotivo-relazionale possono venire riattivati e attualizzati conflitti che, pure, nell'analisi personale erano stati affrontati e elaborati.
“Nella stanza di supervisione c'è una ‘folla presente’, un mentore,