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La stanza in cui Antonino Ferro introduce il lettore con questo suo nuovo libro è uno studio modernamente attrezzato per la cura e la ricerca psicoanalitica e, nello stesso tempo, arredato con uno stile caldo e accogliente, che riflette la personalità dell'Autore.
Anche gli strumenti tecnici, le mappe teoriche, i ritratti degli illustri antenati (da Freud a Bion) sono disposti in modo tale da non creare impaccio alla spontaneità dell'incontro e alla grande libertà di pensiero che Ferro ci invita a condividere con lui.
Riconoscere nella felice vena narrativa della scrittura una indubbia qualità del libro non significa, peraltro, limitarsi ad una constatazione formale, né sottintendere un'esperienza di lettura facile e riposante.
La narratività che caratterizza e accomuna le varie parti del testo è tutt'altro che un mezzo per smussare le asperità o eludere la complessità della materia psicoanalitica. Al contrario, si tratta di una scelta stilistica che impegna l'Autore - e quindi anche il lettore che lo segue - a mantenersi su una linea di pensiero in continuo movimento, senza rifugiarsi nei confortevoli edifici della teoria o indugiare di fronte a quadri clinici descritti con presunta obiettività.
Entrambi i generi del discorso psicoanalitico, quello clinico e quello teorico, sono integrati in un'originale e vivace esposizione tutta in prima persona, dove la responsabilità dell'Autore è sempre messa in evidenza.
C'è un capitolo iniziale - il secondo - che illustra forse meglio di ogni altro la tessitura compositiva dell'intero libro: è quello intitolato “Esercizi di stile” (con esplicito riferimento alla famosa opera di Queneau).
Pur nella consueta scioltezza discorsiva, Ferro enuncia qui una netta presa di posizione epistemologica circa la validità del racconto come forma idonea a trasmettere le esperienze analitiche nella loro peculiare natura di “fatti emotivi”, che nessuna registrazione meccanica sarebbe in grado di cogliere.
Un analogo orientamento, di chiara ispirazio