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Meritano di essere per primi segnalati due articoli sulle nuove prospettive teoriche psicoanalitiche. Quello di K. Leary (“Psychoanalytic ‘Problems’ and Postmodern ‘Solutions’”) descrive l'evoluzione dell'influenza del postmodernismo sulla teoria psicoanalitica e prende come esempi i lavori di Roy Schafer e Irwin Hoffman. Il postmodernismo, che può essere inteso come una chiave di lettura delle teorie, piuttosto che come una teoria vera e propria, ha a che fare, al pari della psicoanalisi, con le relazioni tra i sé, con la soggettività, con la conoscenza e con la realtà. Secondo tale chiave di lettura la realtà oggettiva non è altro che un accordo sociale raggiunto tramite il linguaggio, non ci sono significati essenziali, né verità indubitabili, né sé unitari. Anche l'identità ha uno status transitorio in costante flusso. I sé sono costruzioni sociali che, per esistere, necessitano di un'audience; e noi, per fronteggiare i diversi compiti e coinvolgimenti sociali, necessitiamo di una molteplicità di sé, ciascuno dei quali idoneo per particolari competenze relazionali. Dato che il postmodernismo utilizza spesso anche gli stessi termini della psicoanalisi (sé, soggettività, costruzioni narrative), è stato davvero inevitabile che entrambi si mescolassero e influenzassero reciprocamente.
In particolare, sia Schafer, col suo processo terapeutico sovrapponibile al processo narrativo, sia Hoffman, col suo campo analitico strutturato come costruzione sociale, hanno introdotto il postmodernismo nel mondo della teoria psicoanalitica. Leary riconosce che alcune soluzioni postmoderne a vecchi problemi teorici psicoanalitici, quali la scientificità della metapsicologia, l'autoritarismo della teoria strutturale, l'autorità dello psicoanalista e lo status del materiale analitico, si sono rivelate senz'altro positive, tuttavia ne sottolinea anche i pericoli. Ad esempio, un sé disgiunto e decentrato, con una molteplicità di voci e con un'infinità di trame narrative, è un sé borderli