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Ciascuno di noi potrebbe, con il tramite di sei persone, entrare in contatto con chiunque al mondo. Da questa attraente, ma anche inquietante possibilità il titolo del film, la perturbante contiguità, meglio promiscuità, fra familiare ed estraneo, che alternerà e confonderà nell'articolazione della trama disponibilità e rifiuto, fiducia e sospetto, gioco e distruttività.
Paul, giovane nero, irrompe in un interno dell'alta borghesia newyorkese. Apparentemente colto, intelligente, introdotto, capace di cucinare come di analizzare un testo letterario - non a caso il giovane Holden -, non solo incanta e seduce Luisa e Flan, una coppia di mercanti d'arte, ma anche li costringe a riflettere e addirittura li fa sognare.
Mirabile schizzo di borderline, Paul tende le sue trappole: la seduzione, l'idealizzazione, la grandiosità, l'unicità, il facile accesso ad aspetti primitivi di nutrimento e di salvificazione. La parte che ha scelto di recitare è perfettamente interpretata, dalla dizione ai costumi, nessuna sbavatura, nessuna incertezza: Paul “è” il figlio del famoso regista Sidney Poitier, l'amico dei figli; nessuno si sogna di dubitarne.
Ma questo è solo un lato della medaglia e appena la scena si chiude è lo stesso Paul a distruggere la finzione, introducendo nella casa durante la notte un amante occasionale.
La stessa scena si ripeterà identica in altri interni e tutti quelli che verranno a contatto con Paul subiranno prima il suo fascino, poi lo scacco di essere caduti nel tranello di un impostore. Ciascuno a suo modo viene trasformato da questo passaggio che sovverte un ordine consolidato: il quadro protagonista è un Kandinskij dipinto su entrambi i lati: “ordine e disordine”. L'ordine deve essere ripristinato comunque, dopo l'incontro-scontro con l'imitatore-impostore che, rappresentando l'essenza di un modo, una cultura, una qualità del vivere, finisce per oggettivizzarla agli occhi di chi ne è realmente l'inconsapevole protagonista. Colui che imita, anziché inserirsi i