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La scena presenta diversi piani di visione: un interno domestico ingombro di casse, forse segni di un trasloco imminente, in cui si muovono le corifee, massaie incinte e munite di attrezzi domestici: una platea di vecchie sedie da sala cinematografica anni Quaranta, semideserta, rivolta verso schermi che proiettano immagini anonime; una pesante scala a chiocciola di legno, che porta fuori, altrove.
Scene parziali, precarie, un teatro nel teatro, che dà l'idea di una dimensione temporale allontanata rispetto al dramma, a cui ci introduce un canto di donna, un'opulenta nutrice, unica vestita in abiti d'epoca.
Vi saranno altri canti nel corso dello spettacolo, forse eco del calore e dell'affettività perduti. Il resto è freddezza senza angoscia. Narcisismo distruttivo (A. Green, Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Borla, Roma, 1985) di questa Medea, che non ha più tonalità affettive e va verso l'annientamento di sé stessa e dei suoi oggetti d'amore nel tentativo di neutralizzare la persecutoria, temuta risata dei suoi nemici.
Nella rappresentazione classica euripidea l'angoscia trovava espressione nel dolore ritualizzato affidato alle corifee, mentre il rispetto delle regole di unità spazio-temporale e dei canoni recitativi rendeva la folle Medea ancora riconoscibile nei suoi affetti umani e materni.
La rappresentazione teatrale nella sua interezza aveva quindi due momenti: quello della messa in scena delle passioni travolgenti e disumanizzanti e quello della catarsi. L'irrompere della pulsionalità intesa come manifestazione della volontà degli dèi agli umani, era circoscritta nei canoni ben definiti della rappresentazione e della recitazione. Ciò permetteva di soffrire insieme