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Gli stessi canali di Venezia, dove Giambattista Tiepolo nacque e visse la gran parte della sua vita, ti accompagnano fino alla soglia di Ca' Rezzonico - dove, dal 6 settembre all'8 dicembre 1996, è stata allestita una mostra nel terzo centenario della sua morte - e qui sono i cieli dei suoi dipinti che ti prendono in consegna. In quella luminosità smaltata ti puoi perdere fino quasi alla fine della mostra dove ritrovi nei “Capricci sul tema della fuga in Egitto” l'elemento acqua. È di questo “quasi” che mi sono incapricciata io, mentre nella mia mente si aggirava il tema, caro al Prof. Sacerdoti, del colloquio organizzato dal Centro Veneto “In-differenza, differenza, differimento” (Venezia 7-9 novembre 1996).
Mentre la corrente moderna della pittura europea del Settecento ritraeva il vero, la vita quotidiana, gli aspetti umili, Giambattista Tiepolo si attardava ancora nei fasti celesti. Lui stesso affermava: “Li pittori devono cercare di riuscire nelle opere grandi, cioè in quelle che possono piacere ali Signori nobili, e ricchi, perché questi fanno la fortuna de' Professori, e non già l'altra gente, la quale non può comprare Quadri di molto valore. Quindi è che la mente del Pittore deve sempre tendere al Sublime, all'Eroico, alla Perfezione” (pag. 6; tutte le citazioni sono tratte dal catalogo Giambattista Tiepolo 1696-1996, Skira Editore, Milano, 1996).
In Europa le corti e l'aristocrazia ancora si celebravano attraverso i grandi della storia, della Bibbia, dei miti, che decoravano le loro dimore.
Una pace “nel corso della quale [Venezia], mentre scivolava fuori dalla scena della storia, veniva promuovendo una proiezione di sé nella sfera del mito” (pag. 9), come l'ultimo abbagliante raggio di sole prima del buio, sembra fornire alla pittura di Tiepolo la particolare sua luminosità, considerata da taluni suoi contemporanei eccessiva e troppo discosta dai dettami della natura. Ma proprio questa luce, espressione della consapevolezza della fine, mi appare sottrarre i