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Paul-Claude Racamier è morto il 18 di agosto del 1996, di domenica. Il suo modo di morire, pur se doloroso e angosciante per lui e per chi lo amava da vicino, è stato però bello e da “saggio”. Perché Racamier ha avuto la ventura di morire per così dire “in piedi”, nel pieno suo vigore intellettuale e umano. Fino a venerdì, infatti, nonostante la consapevole sofferenza, ha lavorato alla preparazione del “Seminario di Monteguidi”, l'undicesimo, che avevamo organizzato per settembre sul tema dell'incestualità, suo più recente interesse, e all'organizzazione del Colloquio della Societé Psychanalytique de Paris e del Collège de Psychanalyse groupale et familiale che si sarebbe tenuto in ottobre a Parigi.
Questo suo modo dignitoso di uscire di scena fisicamente per restarci affettivamente come collega, maestro e per alcuni di noi amico carissimo e prezioso, è stato per molti aspetti simile al suo modo di vivere. Ora che il distacco è avvenuto e siamo nel tempo del lutto che egli ci ha tanto insegnato a capire, dobbiamo affrontare la difficoltà di essere davvero più soli, difficoltà che è responsabile del ritardo con cui scrivo queste righe. Questa difficoltà fa via via posto alla certezza di poter portare dentro e far nostro il segno vitale e vivificante di quanto ci ha trasmesso e di assumerlo come uno degli eventi trasformativi che marcano una vita, pur nel dolore di dover rinunciare al molto che egli aveva ancora da dare.
La statura scientifica e clinica di Racamier, che lo colloca tra i grandi della psicoanalisi, il suo apporto teorico e clinico sono così noti, soprattutto per chi è interessato alle nuove frontiere della psicoanalisi e alla cura dei pazienti gravi - ambito nel quale resta uno dei punti di riferimento irrinunciabili -, che mi suonerebbe futile soffermarmici qui.
Penso sia più importante per il suo ricordo, ma soprattutto per noi, rammentare alcune caratteristiche che gli sono state assolutamente peculiari, anche se certo non estranee ad altre personalità