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In quest'ultimo libro, composto da trenta brevi capitoli, Green prende posizione contro il duplice “divorzio” dello psichico dal sessuale e dal biologico, e contro le “derive” che a suo avviso ne conseguono, puritanesimo e spiritualismo. Il titolo e il sottotitolo indicano la possibilità di un loro superamento nella riaffermazione dell'attualità del sessuale e nell'integrazione degli ordini differenti che concorrono alla costituzione della psicosessualità. Una “concatenazione” che, secondo l'Autore, solo una teoria della rappresentazione (a partire dalla pulsione come rappresentante psichico) può permettere, perché appunto nel concetto di rappresentazione si intersecano i campi che hanno un'azione determinante sullo psichismo e si intrecciano i risultati dell'elaborazione intrapsichica del soggetto con gli effetti delle relazioni formatesi nel rapporto con l'altro.
La critica del concetto di pulsione ha disgiunto il sessuale dallo psichico, riducendolo alla sua espressione fenomenica, ad un ruolo di maschera e difesa o solo ad una funzione specializzata, adattiva, per di più secondaria rispetto a bisogni ritenuti più fondamentali. Si impone dunque per Green un'urgente riconsiderazione delle conseguenze di questa desessualizzazione della teoria e della pratica psicoanalitiche, interpretabile come un puritanesimo che ritorna alla concettualizzazione prefreudiana in cui la sessualità si identificava con il genitale, cancellando la ferita che la scoperta psicoanalitica aveva inferto al pensiero. Ciò che è messo in discussione, infatti, è “l'idea freudiana che il sessuale costituisca il legame effettivo fra il corporeo e lo psichico, l'ispiratore e l'agente che dà impulso allo sviluppo” dell'attività psichica e alla sua differenziazione fra coscienza