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J.B. McDevitt, “A Childhood Gender Identity Disorder”, presenta e discute materiale concernente l'analisi di un bambino di quattro anni, che desiderava essere una bambina. Il trattamento fu protratto
ino agli otto anni, interrotto poi per due anni e di nuovo ripreso con lo stesso McDevitt e, successivamente, con un'analista donna.
All'inizio dell'analisi, il bambino, che sembrava la caricatura della femminilità, si trovava nella fase fallico-narcisistica e la sua relazione d'oggetto era diadica, forse dopo una regressione dalla fase edipica precoce. Secondo l'Autore, il suo desiderio di essere una bambina era una formazione di compromesso, che forniva la migliore soluzione disponibile ai suoi conflitti e gli permetteva di proteggere la madre dai suoi desideri fallici distruttivi e, allo stesso tempo, di esprimere la sua ostilità nei suoi confronti. Questa formazione di compromesso era determinata dalle ansie e dai conflitti della fase fallico-narcisistica ed aveva le sue radici nella fase preedipica. McDevitt prende in esame alcuni importanti fattori, che possono avere giocato un ruolo rilevante sia per il desiderio sia per la paura. Il primo elemento era stata la passività, che poteva essere considerata, forse, un lascito costituzionale. Il secondo era stato il bisogno inconscio della madre di modellare il figlio in modo femminile facendolo diventare una estensione di sé e dei propri desideri fallico-narcisistici. Significativo doveva essere stato anche un disturbo nella differenziazione sé-oggetto nei primi due anni di vita, che aveva creato una rappresentazione incerta ed instabile della madre e del Sé. Un altro fattore determinante era stato il trauma e la sovrastimolazione: la madre era stata intollerante del sesso ed aveva svalutato lo sviluppo della sessualità fallica nel figlio, ma, contemporaneamente, lo aveva stimolato esponendolo alla scena primaria. Un ulteriore elemento era costituito dall'assenza, non disponibilità e indifferenza del padre, che pure e