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Dario De Martis ci ha lasciato il 18 dicembre 1996, dopo una breve malattia acuta, che si è conclusa con un inatteso infarto cardiaco. Aveva da pochi giorni compiuto i settant'anni e tutti noi “pavesi” ci preparavamo a festeggiarlo non appena fosse guarito.
Per oltre un trentennio ho condiviso con lui e con i suoi cari le gioie e i dolori non solo della nostra professione, ma dell'esistenza stessa. È ovvio che spetti ora proprio a me il triste privilegio di ricordarne la figura umana e professionale. Parlare di De Martis mi riesce tuttavia difficile. Siamo stati troppo a lungo vicini, una coppia scientifica e operativa molto riconoscibile della psichiatria italiana, perché io possa prendere la distanza richiesta da una rievocazione. Si tratterà in ogni caso di una rievocazione incompleta e unilaterale, ma soprattutto sobria, come si addice a lui, persona profondamente retta e per bene, ma aliena da ogni perbenismo ed enfasi retorica. De Martis ironizzava benevolmente su ogni genere di convenzionalità e conformismo, inclusi quelli che si celano sovente in questo genere di commemorazioni. Citava spesso in simili frangenti gli amari disegni umoristici di Novello. Forse non molti sanno che era egli stesso uno spiritosissimo disegnatore umoristico, tratto difficilmente sospettabile in lui da chi non lo conoscesse a fondo.
Conobbi De Martis quando ero ancora studente interno presso