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Un romanzo, scritto da uno psicoanalista, su “un viandante senza bagaglio”, Mattia, che stenta a pensare e a desiderare, vagabonda o scappa, con in tasca un mucchietto di pillole antidepressive prescritte dalla dottoressa dell'ambulatorio psichiatrico.
Anche l'Autore é un viandante senza bagaglio, che aderisce alla mente del suo personaggio e vaga con lui, senza portarsi appresso l'ingombro di teorie o di spiegazioni. Nel romanzo si percepisce il piacere di “stare con”, di descrivere con sensibile fenomenologia e partecipe dignità la difficile impresa di sopravvivere momento per momento. L'interesse del romanzo mi sembra situato in questa possibilità di essere senza bagaglio, dell'Autore e del protagonista. Si entra in contatto con una condizione mentale e esistenziale che porta la traccia di esperienze della vita, e di conoscenze di come funziona la mente umana, ma ogni accenno clinico o intellettuale é assente. Insieme, trapela partecipazione e comprensione per una condizione dell'anima, o della psiche, così dolorosa: “l'uomo che inghiottì la guardia municipale”, Mattia, é il figlio di questa guardia, combattendo interiormente con la quale, ha perso per strada la capacità di desiderare. Così vaga, sopravvive, si rianima, si spegne, poi si riprende: “Sto diventando un coraggioso depresso, un malinconico desiderante” (pag. 87). La condizione umana di chi é quasi senza desiderio e si trova come sull'orlo del mondo, in un sentire che é sempre vicino e insieme lontano, é descritta con una discreta trepidazione. Ci dà la possibilità di avvicinarci a questo mondo umano senza sovrapposizioni, e insieme con profonda comprensione, realizzando quello che talvolta, ora una creazione artistica, ora una terapia psicoanalitica, riescono a raggiungere.
Lo strumento che apre la strada a questa esperienza emotiva é la qualità della scrittura, sospesa tra associazioni libere e concretezza sensuale delle cose. Non ci sono indugi descrittivi e didascalici, ma il racconto procede attr