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Autoannientamento: tema di sempre maggiore attualità, perché oramai non solo gli psichiatri ma anche gli psicoanalisti devono sempre più farsi carico di pazienti che tendono all'autodistruttività. Undici autori danno il loro contributo all'approfondimento di una materia tanto perturbante.
Lo spettro degli argomenti trattati è ampio e comprende i più importanti aspetti dell'autodanneggiamento e del suicidio, ivi comprese la psicodinamica e la psicoterapia. Vengono presi in considerazione sia casi in cui l'intenzionalità suicidale è diretta e cosciente, sia comportamenti di autodanneggiamento e di autodistruzione in cui azioni, fantasie, idee, impulsi autoaggressivi possono condurre, se protratti, alla autoeliminazione, anche se manca l'esplicita e consapevole componente di premeditazione suicidale. Le molteplici forme di comportamento autodistruttivo, differenti sia per la fenomenologia sia per la psicodinamica, mostrano tratti di sviluppo presuicidali che, nell'assenza o nell'insufficienza di trattamento, possono sfociare nella suicidalità. Esse, nella pratica, spesso non sono di semplice differenziazione dal comportamento suicidale vero e proprio.
L. Wurmser presenta il caso di una paziente da vent'anni dipendente da eroina e cocaina, da più di due anni infetta da HIV e con una storia familiare traumatica. L'Autore sottolinea il significato della vergogna e del masochismo nell'autodistruzione e delinea la sequenza delle difese nella tossicodipendenza e nel carattere masochistico.
R. Battegay tratta di autodistruzione e pulsioni di vita. Descrive diversi moventi al suicidio e critica, a mio avviso con argomentazioni valide, l'ipotesi di Freud dell'istinto di morte. Secondo l'Autore, i suicidi o i tentativi di suicidio sono intesi non come fine dell'esistenza, ma come termine di una sofferenza insopportabile e come desiderio inconscio di approdare in un aldilà, dove sarebbe possibile un “esserci” migliore. I pazienti suicidali avvertono uno scarso valore di sé e, come è