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La teoria della seduzione doveva dare a Freud la fama e l'affrancamento dal bisogno. Il fondatore della psicoanalisi confessò di averlo sperato nel momento in cui la teoria, agli occhi di lui che l'aveva pubblicamente sostenuta, appariva un insostenibile abbaglio: non c'era stata seduzione nella vita delle prime pazienti della nuova forma di terapia, ma solo fantasie sessuali che usavano “regolarmente l'argomento dei genitori” (Freud pag 154). La reazione a questa revisione, che acquistava ai suoi occhi onesti di ricercatore (o ai suoi occhi allarmati di figlio) il carattere della necessità, è consegnata alla lettera a Fliess del 21 settembre del 1897; una reazione — scopriamo — nella quale il tono di pacata sottomissione alla realtà e quasi di sollievo, all'idea di poter continuare a essere quello che è sempre stato, lontano dalla fama e dalla opaca agiatetezza (“ora io posso di nuovo essere tranquillo e modesto e continuare a preoccuparmi e a risparmiare” pag 155), si muta rapidamente in una quasi brutale autoironia, quando successivamente aggiunge: “come in una delle storie della mia raccolta: “Rebecca, puoi toglierti l'abito da sposa, non ci saranno più nozze”.