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Questo libro, i cui Autori sono studiosi di diritto privato, è raccomandabile per tutti gli operatori “psi”, ma è soprattutto interessante per noi psicoanalisti. Si tratta di un agile testo composto da nove capitoli che prendono in esame gli orientamenti della magistratura italiana, europea e statunitense relativamente a questioni di “danno” provocato o subìto da persone in trattamento presso professionisti o istituzioni pubbliche o private. Il libro è composto in modo singolare: per ogni capitolo vengono sinteticamente riportati casi di danno, la valutazione della magistratura ed un sinteticissimo giudizio degli Autori, a volte espresso solo tramite un “opportunamente la magistratura…”.
Ad esempio, il capitolo sui “Doveri circostanti la terapia” riporta situazioni di danno conseguenti a relazioni intime tra terapeuta e paziente, a rapporti sessuali fra terapeuta e congiunti del paziente, a mancato dovere di avvertire o a mancata osservanza del dovere di riservatezza. A questo proposito, è interessante anche il concatenarsi delle sentenze riportate. Per esempio, nel 1961 una corte inglese condannò uno “psicoanalista” (le virgolette sono d'obbligo) per il suicidio di una paziente. Il suicidio era intervenuto dopo che la paziente aveva deciso di troncare le sedute in seguito “all'attrazione da lei avvertita verso il terapeuta”. Il professionista aveva allora mantenuto i contatti con la paziente portandola saltuariamente al ristorante o a prendere un tè. “Scopo di tali incontri, secondo il terapeuta, era mitigare gli effetti negativi che la brusca interruzione del rapporto avrebbe potuto produrre” (pag. 46) ma “la scarsa ortodossia del comportamento risulterà alla corte abbastanza palese; verrà emessa pertanto una sentenza di condanna, sottolineandosi la inconciliabilità di ogni contatto con l'utente (svolto al di là dell'ambito terapeutico) rispetto ai doveri dell'analista” (pag. 46).Sennonché questa sentenza serve come precedente per un'altra sentenza di condanna, nel