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Sul quotidiano La Repubblica del 21/1/1997 è apparso un lungo articolo a firma di Umberto Galimberti, in cui il libro della Kaplan viene stroncato senza mezzi termini e in cui campeggia l'inesorabile affermazione che gli psicoanalisti, chiusi nei loro studi privati, non si accorgono di come cambia il mondo. Si tratta, come cercherò di far vedere, di una stroncatura ingenerosa per un libro che affronta il delicato tema della separazione con molto garbo e con un linguaggio decisamente accessibile al grande pubblico, ma prima vorrei occuparmi di alcune affermazioni gratuite e maliziose di Galimberti.
Per Galimberti, Freud ignorava le relazioni fra psiche e storia, sia per le caratteristiche cliniche del suo metodo, che per la sua aspirazione a fare della psicologia una scienza, mentre Jung era persuaso che la psiche fosse così solidale con la storia da esserne profondamente attraversata e modificata. Egli afferma inoltre che la variazione delle forme di civiltà produce una variazione corrispondente della natura dell'inconscio che, a questo punto, lungi dall'essere un apparato a schema rigido, si modifica in base a ciò che l'epoca storica impone di volta in volta di rimuovere.
Pur essendo incontestabile l'anelito positivista che attraversa l'opera freudiana, anelito che è figlio di un tempo in cui in ogni campo del sapere venivano ricercate leggi immutabili e totiesplicative, resta altrettanto vero che