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Come scrive l'Autore all'inizio: “I libri nascono dove ci sono delle domande sospese”. Questo testo attuale e avvincente su “i casi, le storie e gli spazi del non capirsi” sceglie come suo tema centrale la “solidarietà del non capirsi”, la possibile condivisione di quelle sospensioni, quel “non so che” o “quasi niente” che nell'incontro ci presenta il limite della realizzabile conoscenza reciproca.
Questo libro, che ho “casualmente” scoperto, proprio mentre ero intenta a riflettere sui limiti dell'empatia e sul rapporto fra coincidenza e fraintendimento nel processo dell'illusione e nell'incontro analitico, è arrivato per me come una conferma della realizzabilità delle convergenze, nonostante e attraverso i malintesi, i limiti — confini di ogni incontro — sia esso personale, clinico, teorico o, all'occasione, interdisciplinare.
Il lavoro dell'antropologo, come inteso da La Cecla, si dimostra vicino a quello dello psicoanalista: nel suo lavoro di “traduzione”, quale interprete fra le culture, corre il rischio del contatto e ne fa il proprio mestiere. È “professione di confine”, che ha a che fare col malinteso proprio perché “spazio in cui le culture si spiegano e si confrontano, scoprendosi diverse”, “zona in cui l'incommensurabilità tra persone o tra culture arriva a patti” e dunque esso stesso “confine che prende forma”. Tra impossibilità della conoscenza reciproca e irriducibilità delle culture, il malinteso, che segnala il “difetto” nell'incontro, fa della conoscenza una conoscenza in fieri, e introduce le dimensioni del tempo e dello spazio. La gestione del malinteso si gioca nella durata della relazione, nel prolungamento dell'incontro, nel rimandare e nell'attendere, con la costruzione di uno spazio di frontiera fra due confini, terra di nessuno, terrain