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Da oltre un ventennio partecipiamo di profondi mutamenti epistemologici nel modo di intendere i processi di conoscenza e le teorie con cui organizziamo i dati dell'esperienza.
I processi di conoscenza sono originariamente interattivi, essi sono fondati su una ricognizione visiva ed emotiva dell'altro, considerato come dotato di intenzionalità, desideri, bisogni, e sul rapporto che egli stabilisce con il mondo dell'esperienza.
La conoscenza è frutto di interazioni tra diverse conoscenze su come l'altro funziona (Bruner, 1990), di aggregazioni tra vari spezzoni di conoscenze spurie, ibride, in cui passato e presente sono intricati e si mescolano, in cui, inevitabilmente, rinforziamo quei criteri di predittività che altre volte abbiamo trovato utili.
Le teorie non pretendono più di porsi come “spiegazioni” del mondo, ma come “costruzioni”, ipotetiche e parziali, atte a dare risposte ad alcune domande e ad aprire nuove aree di ricerca, costruzioni che presentano sempre uno scarto rispetto ai fenomeni studiati.
Pertanto attribuiamo alle nostre interpretazioni, sia quelle silenziose sia quelle comunicate al paziente, uno statuto provvisorio, tenendoci vicini al loro senso originario di essere un modo di testare un'ipotesi (Fonagy e Sandler, 1995).
Il quadro contemporaneo delle teorie psicoanalitiche presenta una molteplicità di modelli e paradigmi anche molto diversi tra loro. Questa molteplicità può sostenerci, anche in sede clinica,