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La lettura di “Segni, disegni e sogno nella psicoanalisi dei bambini” arricchisce e anima l'esperienza dei terapeuti infantili. In me suscita anche qualche interrogativo che certamente mi aiuterà ancora un po' nell'intento di tradurre i segni in segnali o simboli.
Il primo segnale è che il testo sta a riproporci il quesito sull'origine della scienza che ci riguarda. Nasce questa dall'osservazione dell'adulto nevrotico che soffre di reminiscenze o dal bambino che ama le amnesie?
Fin dal 1914 Freud pensa che la sessualità infantile sia segnata da fatti “ovvi” così che la sua scoperta diviene “tale che in verità ci si sarebbe dovuti vergognare d'averla fatta” (Freud, 1914, 391). E, nel 1920, presentando la quarta edizione dei Tre saggi, ripete: “Se gli uomini sapessero imparare dall'osservazione diretta dei bambini, questi tre saggi avrebbero potuto non essere scritti” (Freud, 1920, 449-450).
Che poi il tema della sessualità stia a fondare l'evoluzione della vita psichica e sia quindi centrale per l'indagine psicoanalitica è ribadito nel 1923, mentre due anni dopo, nella prefazione al lavoro sul disadattamento giovanile di Aichhorn, scrive: “Il bambino è diventato l'oggetto principale dell'investigazione psicoanalitica;