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L'impressione che si ricava dalla lettura di questo libro è che l'Autore sia dominato da un preconcetto (che meglio definirei come pregiudizio): che “l'evoluzione ha determinato nel cervello la formazione di circuiti specializzati, deputati a funzioni mentali specifiche” (pag. 21). Ergo, si arriva a quest'altra affermazione paradossale: “quando pensiamo di imparare qualcosa, stiamo in realtà solo scoprendo ciò che è già presente nel nostro cervello” (pag. 21). E così Gazzaniga fa piazza pulita di qualsiasi argomento in favore dell'influenza dell'ambiente nello sviluppo della mente umana e cancella di colpo tutto ciò che fa parte dell'esperienza e della storia dell'uomo. Il pregiudizio biologico ed evoluzionistico porta poi l'Autore a fare delle analogie, forse un pò troppo spinte, tra modelli: ad esempio tra sistema immunitario che è in grado di riconoscere un corpo estraneo e di attivare una risposta mirata nei suoi confronti, per cui gli anticorpi sono selezionati (e qui entra l'idea darwiniana della selezione) “da una sorta di banca dati preesistente in ogni animale” (pag. 25), e il sistema nervoso centrale che attraverso la selezione ha raggiunto il livello di complessità che lo contraddistingue. E si dilunga a discutere, come esempio, l'occhio, la sua organizzazione, la sua funzione complessa che in quanto tale non può derivare “se non da un processo di selezione naturale” (pag. 42).
Nel secondo capitolo, Gazzaniga propone il salto epistemologico più significativo che condizionerà tutto il resto del lavoro. Questo salto consiste nel pensare che le nostre facoltà psichiche derivino da un processo di selezione naturale, per cui il cervello, in cui risiedono i circuiti neuronali che consentono funzioni psichiche, dovrebbe necessariamente svilupparsi in maniera geneticamente determinata. Questa è una concezione isomorfica mente-cervello che appare allo stato attuale delle nostre conoscenze del tutto arbitraria. Gazzaniga basa questa sua idea sull'ipotesi di Jerne ch