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“La verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta” Dürrenmatt, “La morte della Pizia”
Le considerazioni che farò riguardano esclusivamente le omosessualità maschili e non tengono conto del “sintomo” omosessualità, e cioè di quei comportamenti omosessuali che possono essere manifestazioni di particolari forme psicopatologiche o di una struttura di difesa da esse, ma si riferiscono a quelle persone in cui l'omosessualità non sembra avere un particolare significato difensivo né fare parte integrante di un complesso corredo psicopatologico, apparendo invece semplicemente come la forma più congeniale in cui si può manifestare la loro sessualità.
Le mie riflessioni si avvalgono di due vertici d'osservazione: quello basato sul mio lavoro con i pazienti nella stanza d'analisi e quello derivato dall'attività di counselling e supervisione dei volontari da me svolta per cinque anni in una associazione di lotta all'AIDS che, nata più di dieci anni fa dall'Arci-gay, rimane — malgrado il diffondersi dell'infezione da HIV e la conseguente apertura a tutta la popolazione — un punto di riferimento soprattutto