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Per essere teologo biblista e compositore organista, sconfinato nella psicoanalisi (più che “convertito” ad essa), anziché psichiatra o psicologo portato a sviluppare la sua dottrina e ad approfondire l'esperienza clinica, Rosario Merendino si è sentito nella società psicoanalitica più tollerato che accolto, tanto da attribuire all'essere considerato un non addetto ai lavori il blocco all'accesso alle funzioni didattiche.
Ma la storia — con cui Freud finì (Mosè) e Bion iniziò — e la musica — con cui Racker iniziò — non saranno disciplina e linguaggio di base per lo psicoanalista, almeno quanto siano propedeutici psichiatria e psicologia?
Leggendo questo libro di Merendino — che segue a Studi di epistemologia psicoanalitica e a due articoli pubblicati sull'International Review of Psycho-Analysis — si scopre che la dedica a Bion, Rosenfeld, Winnicott convoglia valori e funzioni diverse. A Bion è rivolta per meglio e di nuovo pensare la psicoanalisi. A Rosenfeld quale maestro di metodo clinico, di elaborazioni di esperienze cliniche. Ma per quanto riguarda la teoria dello sviluppo psichico e i relativi concetti e princìpi e la conduzione dell'analisi il punto di riferimento è Winnicott, al quale, per la funzione di specchio attribuita alla madre, per le idee sul desiderio, e per le implicazioni filosofiche, si aggiunge Lacan. E come risulta dal capitolo centrale — “Sulla complessa struttura del sé” — anche Kohut, per la sua concezione del Sé nucleare, è per Merendino rilevante.
Winnicott ha “stemperato la visione tragica di Freud, e specialmente della Klein, riportando i conflitti nella dimensione dello sviluppo della personalità e del gioco tra varie istanze mentali”. Ma la visione tragica della tensione tra principio di piacere e principio di realtà, e specie dello scontro tra pulsioni di vita e pulsioni di morte, non è forse alla base di identificazione proiettiva e narcisismo distruttivo, concetti che Merendino vede operare così egregiamente nel lavoro clinico di Rose