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“Una celebre pittura vascolare illustra Edipo di fronte alla Sfinge nell'atto di risolvere l'enigma. Egli non parla, indica col dito sé stesso. La risposta non è verbale e non nomina l'Uomo, bensì consiste nella tacita parola ‘io’.”
Adriana Cavarero comincia così, a partire dalla raffigurazione disegnata su un oggetto domestico e di pertinenza femminile, preverbale, a interrogarsi, come donna che ama la conoscenza, a proposito del famoso comando delfico tanto caro alla filosofia maschile, del “gnothi se auton”: fra la ricerca edipica di un'irripetibile identità e il principio socratico di valenza universale, il sapere di non sapere, che “comanda che la particolarità di ognuno, ossia l'unicità dell'esistente umano, sia inconoscibile”.
Cercando le radici della frattura che separa questi due registri discorsivi della conoscenza — il sapere definitorio, che riguarda l'universalità dell'Uomo, e la narrazione, che ha la forma di un sapere biografico e che compete all'identità irripetibile dell'uomo — riconduce il divergere di filosofia e narrazione alla maschera di Edipo: proprio a partire dalla risposta di Edipo alla Sfinge — verbale e non verbale — “io, l'Uomo”, l'alternativa mortale tra la Sfinge ed Edipo si rivela in realtà l'alternativa mortale fra l'Uomo astratto e l'unicità concreta. “Nella sentenza ‘io, l'Uomo’, è precisamente la realtà dell'io a morire”, ed allora inevitabilmente Edipo si imbatterà nella verità della sua nascita, non casualmente, ma per il desiderio di “nascere alla sua ‘vera’ identità attraverso il racconto altrui della sua storia”.
È del mito la capacità di “narrare all'un tempo — questa è la