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Un titolo interrogativo, perché? Esiste una domanda di fondo: nel trattamento della psicosi, con le modifiche di assetto e di contesto che esso comporta, si può ancora parlare di psicoanalisi in senso stretto? Gli Autori giungono a una conclusione affermativa: “[…] la psicoanalisi come metodo e non solo come insieme di modelli e proposizioni teoriche, non tradisce sé stessa e mantiene la sua identità, anche in condizioni di operatività o contesti clinici molto diversi da quelli che sono considerati abituali.” (p. 15). Emergo dalla lettura di questo libro con la convinzione che sia proprio così, e che anzi il trattamento delle patologie gravi apra la strada — come sempre — a ulteriori sviluppi della nostra disciplina.
Quale psicoanalisi. È auspicabile, oggi, che chi scrive di psicoanalisi senta il bisogno di definire la propria posizione rispetto ai modelli esistenti. Qui gli Autori dichiarano di tentare “un'integrazione tra i vari modelli — pulsionale, strutturale, fondato sulla fantasia inconscia, oggettuale, fondato sulla psicologia del Sé — partendo dall'idea che nessun modello da solo sia in grado di riassumere in sé l'intera complessità della problematica in questione” (p. 5). Apprezzabile impostazione, comprensiva e integrante, rispettosa della ricchezza dei contributi che la psicoanalisi come scienza ha dato nel corso degli anni e tuttavia per nulla eclettica: l'atmosfera armonica che si crea fra i vari capitoli del volume fa sentire che un'integrazione è stata veramente raggiunta. In essa trova spazio l'elaborazione originale di una serie di concetti importanti sul piano della teoria e della clinica. Ne ricordo alcuni.
Accanto alle relazioni oggettuali, è dato molto rilievo al Sé e al senso di coesione, vitalità, continuità nel tempo, visti come presupposti fondanti un vissuto di integrazione. Questo apre la strada a un modo di avvicinarsi al mondo estraneo e alieno della psicosi che si sintonizza sul modo di essere e di sentirsi, che cerca di raggiungere un b