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Concordo con Petrella, suo presentatore, che questa di Schinaia, psichiatra e psicoanalista, è un'opera singolare per il tema, ma anche per la costruzione: vari fili si intrecciano e se la costruzione del presepe del manicomio di Cogoleto è il bandolo della matassa, tanti sono i percorsi che può seguire la fantasia del lettore. Ne sottolineo tre, ma altri potrebbero trovarne alcuni di più pertinenti.
Il presepe di Cogoleto è una rappresentazione del manicomio: le mura, le reti di cinta, gli stanzoni, le celle di isolamento, la stanza dei medici, i laboratori, i servizi, ma soprattutto lo squallore, l'isolamento autistico, la depersonificazione. Un'opera collettiva di operatori e pazienti che risale ai primi anni Ottanta, quando, passata la legge 180, il santo fu gabbato e il manicomio dimenticato. Schinaia dice che fu per reazione a questo abbandono che s'impose la necessità di questa rappresentazione, che precludesse l'oblio. La storia della costruzione, la descrizione e la riproduzione fotografica (quest'ultima di Margherita Loewy) appaiono straordinarie.
Un primo filo, lungo il quale ho percorso la narrazione, è la sensazione che la ricostruzione dell'itinerario di questo manicomio, il più grande, e quindi verosimilmente il peggiore del Nord Italia (come il tasso di mortalità infantile, “la grandezza” del manicomio è sempre stata per me un segno di sofferenza sociale di una certa area), non sia retorica: sinceramente indignata, ma mai sopra le righe.
E questo è importante per costituire una testimonianza attenta, sensibile, ma obiettiva dell'orrore manicomiale, in un momento in cui anche operatori seriamente impegnati nel loro lavoro e familiari interessati alla sorte dei loro cari ripropongono esigenze di