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È singolare vedere come i medici si siano rifatti a personaggi romanzeschi (Munchausen, Lasthènie de Ferjol) per indicare dei quadri clinici che via via hanno assunto una dimensione più scientifica e meno narrativa passando dalla medicina alla psichiatria.
Termini come “patomimia” e “disturbo fittizio” (factitious disorders per il DSM-IV) indubbiamente tolgono alle situazioni cliniche la dimensione epica che spesso sottende queste storie, la forza con cui viene alimentato il dolore, l'intensità emotiva con cui si richiede attenzione e cura, l'angoscia legata alla convinzione imperativa di doversi procurare una malattia per ottenere una briciola di amorevole sollecitudine, un po' come il bambino che è disposto a tutto pur di ricevere le attenzioni materne (una madre cattiva è per lui preferibile a una madre assente).
c'è dell'altro ovviamente in queste storie: il progetto tanto onnipotente quanto inconscio di tenere testa al Moloc istituzionale, il desiderio di riaffermare la propria individualità messa in scacco da processi micro e macrosociali di banalizzante massificazione e contemporaneamente il bisogno fusionale di un rapporto totalizzante con un medico tenuto legato nella relazione dalla propria sofferenza corporea.
La dimensione narrativa mi sembra assolutamente necessaria per una rappresentazione di storie al cui interno manca proprio il rappresentazionale, il simbolico. L'uso di una terminologia tecnicistica, che vuole ridurre nel recinto