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Non è un compito facile recensire questo libro, che raccoglie gli scritti di Guelfo Margherita sulle sue esperienze di lavoro con gli psicotici in ambito istituzionale: non si tratta infatti di commentare una teoria o di illustrare un modello operativo, ma di seguire il dispiegarsi di un'esperienza in cui vita e lavoro, idee ed emozioni, teorie e sentimenti si intrecciano e reciprocamente si sorreggono e si interrogano nel tentativo di riproporre sulla scena della scrittura la lunga marcia di uno psichiatra-psicoanalista e delle sue équipe attraverso le istituzioni. Un cammino che aveva lo scopo di “farsi spazio”, di costruire e di difendere la propria dimensione ed il proprio percorso, divaricandolo tra il tentativo di riscattarsi della propria provenienza (il manicomio) come retaggio ed il rischio sempre incombente di veder svanire il proprio orizzonte (il territorio) come miraggio.
Nell'esperienza e nella riflessione di cui in questo volume si dà testimonianza, il nome proprio della capacità ri-attrattiva, ripiegante e occlusiva verso l'ombra della clausura manicomiale è istituzione, che è al tempo stesso il nome del soggetto ammalato e quello della malattia. Si descrive così una sorta di macchina senza anima, ripetitiva e auto-replicante che tende a mettere continuamente in scacco ogni tentativo di affrontare la psicosi a fini terapeutici.
Non a caso l'antidoto specifico contro tale veleno viene indicato sulla base di un criterio principale che muova da un capovolgimento prospettico apparentemente semplice: l'uso di un metodo di lavoro che focalizzi lo sguardo di partenza sul terapeuta e sulle fantasie che in lui prendono forma attraverso il contatto emotivo con il paziente. Emozioni ed affetti anche da stimolare, se occorre. Affetti per la cui attivazione è necessario approntare setting in grado