You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
“Sarà per questo da respingere l'analisi dei casi del genere, perché rimane infruttuosa? Non lo credo affatto. Noi abbiamo il diritto, anzi il dovere, di condurre la ricerca senza preoccuparci di un utile immediato. Alla fine - dove e quando non sappiamo - ogni pezzettino di conoscenza si trasformerà in potere, anche in potere terapeutico” (Freud 1915-17, 418).
La ricerca nel campo dei casi gravi ha ispirato il lavoro di un gruppo di studio del Centro Psicoanalitico di Roma, formatosi cinque anni fa.
Queste pagine rappresentano la personale elaborazione dell'autore su alcuni argomenti affrontati nel gruppo: non è quindi un lavoro compiuto, ma una serie di annotazioni il cui filo conduttore è da trovare nel tema della relazione analitica e degli aspetti di realtà dell'esperienza analitica.
Nell'introduzione al libro La relazione analitica, frutto del lavoro di tredici analisti, si legge a proposito dell'adozione di nuovi modelli “rivoluzionari o riformistici” rispetto alla psicoanalisi classica, ed in particolare rispetto alla proposta innovativa costituita dai “parametri” di Eissler (1953), che: “Questo criterio, permettendo un progressivo ampliamento del gruppo delle persone suscettibili di cura (bambini, psicotici, gruppi, ‘borderline’, soggetti istituzionalizzati etc.), pur apparendo in superficie come un