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Come ti chiami? Mi chiamo figlia di mia madre e di mio padre.
Se dappertutto sono segnate le parole “paternità”, “maternità”, mentre i dizionari definiscono la madre e il padre in termini biologici non esiste, nel nostro linguaggio, il sostantivo astratto “figlità” che, quanto meno per analogia, dovrebbe essere conseguente.
Ecco perché, sorpresa da questa verifica, m'è venuto da usare il neologismo figlità, quasi per gioco di ironica protesta in un libretto di rapsodie dove, in sostanza dicevo che “di tutti che sono / al mondo / è il senso / condiviso” (Pagnoni, 1992, 17). Ma nel vocabolario la voce non c'è. Speriamo sia nelle menti, però è probabile che dell'ovvio si rifuggano i significati più profondi e forse disturbanti.
In molte lingue ti chiami come figlio di tuo padre, di tua madre. Latino, greco e russo nel loro dire ricordano il patronimico, il matronimico. Dunque sei anche tuo padre, tua madre.
Ha da esserci, però, qualcosa di insopportabile nel dover ammettere che, per nascere, c'è bisogno di due genitori. Quasi fosse,