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Il bel libro di Di Chiara e Pirillo si presenta molto articolato ed è un omaggio e un riconoscimento di un'identità psicoanalitica italiana sempre più forte.
È articolato in molte parti, la prima - alla quale farò sostanziale riferimento - è quella che dà titolo a tutto il volume: “Conversazione sulla psicoanalisi”. Vi sono poi una seconda parte, “Storia e psicoanalisi in Italia”, una terza parte “Testimonianze e documenti” con scritti di Walter Freud, Musatti, Servadio, Fornari, Gaddini, Hautman, Accerboni e infine un “Viaggio in Italia” di François Sacco.
La prima cosa che mi ha colpito del libro di Di Chiara e Pirillo è già nel titolo: “Conversazione”. Infatti, buona parte della struttura del libro è in forma dialogata: vi è una sorta di continua opera maieutica dello Storico che progressivamente fa emergere delle verità. Non vi è però un detentore forte di questa verità, ma una cocostruzione del testo. Non credo che questa scelta sia casuale: rimanda già - in una sorta di modello frattale - a un modo di intendere la psicoanalisi: qualcosa che prende vita dalla coppia analitica al lavoro, in cui è l'analista che - attraverso un insieme di narrazioni - aiuta il paziente a costruire la propria Storia; qui vediamo l'assunto rovesciarsi: è l'analista sul lettino dello storico.
Il secondo punto che vorrei sottolineare è il definire una identità della psicoanalisi italiana. Rispetto a questo tema Pirilllo è, sì, un maieuta, ma anche - da buon analista - è capace di mettere il dito nella piaga con domande molto precise: “Quali luci e quali ombre la psicoanalisi nell'Italia della Seconda Repubblica?”, “Si deve parlare per l'Italia di ‘colonizzazione da parte della psicoanalisi inglese, francese o americana?”, o ancora: “Non vi è il rischio per la psicoanalisi italiana di passare da una cultura provinciale a una cultura subalterna”? Domande puntuali, che riconoscono la piaga, ma le risposte di Di Chiara indicano già l'esistenza di tessuto di granulazione germinativo.
L'identi