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“Anche le storie abitano, hanno una casa. Siamo noi la loro casa. Dentro di noi nascono, nella nostra testa riposano o si agitano insonni […], nel nostro cuore ridono e piangono. Ma ci sono case anche di ghiaccio, con occhi che non sanno vedere e orecchie che non sanno ascoltare e braccia che non sanno abbracciare, allora le nostre storie si ammalano, cercano una nuova casa […], perché le storie non ascoltate muoiono”.
Così la poetessa Vivian Lamarque
interpreta la passione, tenace e delicata, di Dina Vallino per trovare una casa (e una storia) in cui possano stare insieme la piccola bambina, la “Appena nata” che rischia di sparire nel niente, e la persona adulta che piano piano diventiamo.
Il libro di Dina Vallino è un regalo atteso, il regalo della sua storia, che “coincide con la storia della psicoanalisi infantile a Milano”, come osserva Nino Ferro nella presentazione al volume. Lo scritto si divide in due parti: “La psicoanalisi dei bambini e il cambiamento dell'analista” e “L'incontro con il bambino nella consultazione psicoanalitica”.
I vari capitoli sono nati con destinazioni diverse: alcuni per essere pubblicati in riviste specialistiche, altri per essere presentati ai Colleghi in seminari. Altri sono inediti. L'avere evitato una sistematicità lineare comporta alcune inevitabili ripetizioni; ma alla mia lettura esse sono apparse piuttosto come riprese di uno stesso oggetto da un nuovo punto di vista, utile a mostrarne l'evoluzione o a creare inedite prospettive.
Come o perché cambia l'analista? Perché si lascia “disturbare” continuamente dal malessere dei bambini, soprattutto da quello “informe, focalizzato sul bombardamento delle sensazioni senza significato, senza ordine e automatiche” (p. 31); si lascia disturbare dai loro “mondi impermeabili, crudeli e selvaggi”, dai loro stati di allucinosi. Non si sottrae. Non tenta di cambiare l'oggetto. Cambia se stesso. Attraverso l'esercizio della capacità negativa.
Si accorge che i bambini possono essere feriti dall