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Come segnalato nella premessa del primo fascicolo di questa annata, è pressoché inevitabile che un numero su “La morte nella vita psichica” si apra all'insegna degli interrogativi e della contraddizione, in primo luogo per la necessità di articolare l'aspetto inevitabile e innegabile della morte con l'impossibilità di immaginare la propria morte, l'intemporalità dell'inconscio con la finitudine dell'essere umano.
F. Pasche (“Peur de la mort, angoisse de mort, défense du moi”), partendo da casi in cui sembra assente qualsiasi timore della morte, distingue fra paura della morte, legata all'istinto autoconservativo, e angoscia di morte, assimilabile all'angoscia psicotica per la comune credenza (spesso inconscia) nella possibilità dell'esistenza di un'anima senza corpo e quindi di perdere i propri limiti e la propria consistenza.
Più contributi affrontano il tema della malattia somatica (in particolare A.-M. Merle-Béral, “Maladie somatique et réalité psychique: quelques réflexions”, sugli effetti e i rischi dell'irruzione della malattia somatica, fino ai disturbi identitari che può comportare, e J. Bouyx, “En dernière analyse… le vif du létal”, che sottolinea le intense reazioni controtransferali sollecitate in analisi dal confronto con la malattia mortale, segno dell'intensa attività psichica che caratterizza l'estremo dispiegamento delle forze vitali) e dell'invecchiamento: fra questi ultimi D. Quinodoz, “Être psychanalyste et vieillir”, esaminando alcuni problemi che l'invecchiamento pone all'analista per la sua peculiare funzione, ribadisce la necessità di accettare come indispensabile alla creazione analitica un tempo di incertezza.
Interessante il contributo di J.-C. Rolland (“Le désêtre: contribution à l'étude du processus psychotique”) che ipotizza un'origine melanconica della psicosi, che costituirebbe l'après coup di uno stato melanconico silenzioso e devastante, cioè un processo di guarigione, attraverso la via radicale del “disessere”, della frattura dell'Io g