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La notizia della morte di Adriano Sollini ci ha colti di sorpresa, in uno scorcio di anno denso di perdite di colleghi, traumatiche.
Quasi a sottolineare l'incredulità di fronte all'evento, è subito rimbalzata la notizia che il venerdì sera precedente la sua morte aveva, come di consueto, febbricitante, tenuto il suo seminario agli allievi. Quest'ultimo frammento di vita, oggetto a posteriori di contrastanti reazioni, mi piace leggerlo come l'espressione di una intensa passione per la psicoanalisi che deve aver animato una sua lotta dura e costante contro ostacoli ed avversità.
Pur avendo egli ricoperto importanti cariche e funzioni (Vicepresidente della SPI, vicepresidente del Centro Psicoanalitico di Roma, membro del comitato dei probiviri etc.) credo che gli aspetti a lui più congeniali fossero quello di infaticabile animatore di gruppi di studio e di ricerca e di clinico, generosamente attento e sensibile alla complessità degli intrecci controtransferali.
Entrambe queste doti io le ho potute apprezzare in due esperienze significative: la partecipazione ad uno dei suoi primi gruppi di lavoro negli anni Ottanta sui temi del controtransfert e del narcisismo, poi confluiti in un volume collettivo (Narcisismo, sé e relazione, Roma, Borla, 1987) da lui curato, e soprattutto in quella particolare situazione conoscitivo-affettiva che è lo spazio della supervisione. Di quest'ultima ho un ricordo molto vivo percorso da sentimenti di gratitudine che negli anni si sono rafforzati e soprattutto sono divenuti più lucidi. All'epoca il suo apporto venne percepito come un vigoroso sostegno ai miei primi passi analitici; ne scorgo ora, in una fase della vita che mi fa più sensibile