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Benché esistano di certo più maniere di concepire lo spazio psicoanalitico, è tuttavia indiscutibile che esso si configura essenzialmente come uno spazio di parola, un luogo concreto di scambio verbale. Le parole sono qui destinate, ovviamente, a servire di veicolo ai messaggi significativi. Nondimeno si produce a livello verbale una specie di rimaneggiamento, una rimessa in ordine particolare, una ricollocazione dei termini propri alla fraseologia corrente. Infatti dei dati e degli elementi che hanno di per sé una connotazione verbale ben precisa finiscono per ricoprire dei numerosi sottintesi, dei malintesi e delle componenti non verbali di carattere emotivo ed irrazionale. Si costituirebbe così una sintassi psico-emotiva speciale, che se da una parte esige il rispetto delle norme comunicative, d'altra parte spinge alla loro trasgressione.
L'orecchio stesso dello psicoanalista non si muta allora in un vero e proprio organo di trasformazione, in una sorta di commutatore (Viderman, 1970, 343)?
Per di più, gli scambi verbali nel setting implicano pure la sonorità della voce, la frequenza delle parole, l'intenzione di colui che parla di essere capito in un certo modo e non in un altro, come la presunta buona volontà di colui che ascolta di ricevere il messaggio verbale. Senza tener troppo conto delle variazioni di tonalità della voce, di altre eventuali interferenze sonore, della durata degli intervalli di silenzio, che possono a loro volta rinforzare o indebolire la portata di una frase pronunciata prima o dopo tali intervalli.