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Una volta aperta una porta, è facile che attraverso di essa si spingano più persone di quante si intendesse farne entrare all'inizio.
Per avvicinarci al tema della censura psichica, a come possiamo rappresentarcela con l'immaginazione, mi riferirò a un testo narrativo celebre e che mi sembra assai indicato a questo scopo.
Nel primo capitolo de I misteri di Parigi, il racconto conduce il lettore sulla soglia di una bettola dei bassifondi parigini. Nella losca locanda — ci informa il narratore — si annida l'equivalente urbano di quegli orrendi selvaggi dai sanguinari costumi che Cooper e Walter Scott hanno descritto nei loro romanzi. Lo scopo, subito dichiarato, del celebre romanzo di Eugène Sue consisterà nel “mettere sotto gli occhi del lettore” questa realtà selvaggia e misteriosa, prossima e insieme del tutto remota, per osservarla da vicino e prendere contatto con essa, avventurandosi nei covili ove dimora e manifesta i suoi usi sanguinari.
Mettere sotto gli occhi del lettore non è facile in questo caso, perché occorre vincere la grande separazione esistente tra i due mondi evocati: quello alto della gente nobile e buona, e quello basso della degradazione e del crimine senza scrupoli.
L'emblema di questa separazione lo troviamo rappresentato al termine del capitolo I del romanzo. È un compito della narrazione varcare l'uscio della bettola, entrare in quel mondo di marginalità e di delinquenza. La nobiltà può entrarvi solo se è travestita da miseria e in incognito, oppure il personaggio nobile