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Questo tema implica che psicoterapia psicoanalitica e psicoanalisi siano differenti, cosa che personalmente ho sostenuto fin dal 1978, ma sulla quale alcuni colleghi potrebbero non essere d'accordo, avendo deciso per buoni motivi di raccogliere sotto l'ombrello “psicoanalisi” tutta quella terapia della parola (talking-cures), dove si compiono operazioni psicoanalitiche e le differenze sono considerate da loro meramente dovute a fattori estrinseci (posizione vis-à-vis, frequenza delle sedute, focalizzazione contrattuale del lavoro analitico), che non muterebbero l'assetto interno dell'analista e la sua funzione.
Per questi colleghi che ritengono di avere già integrato nella psicoanalisi i modelli e le strategie dei vari tipi di psicoterapie psicoanalitiche, il problema non si pone neppure, perché in questo caso la psicoterapia psicoanalitica verrebbe già largamente insegnata nei seminari e nelle supervisioni e le differenze sarebbero un fatto puramente nominalistico. Ma, dal momento che si spende tempo e si impegnano riflessioni addirittura sul problema delle quattro o tre sedute, a me pare che implicitamente si ammetta una possibile differenza.
D'altra parte, ad un'analisi di realtà, noi vediamo che tutti, dico tutti, gli allievi sono impegnati, direi quasi per necessità di sussistenza, ma anche per la quantità di domande e infine per la cultura che sta diventando prevalente, nell'attività psicoterapeutica, sia nel privato che nel pubblico. Essi vivono queste loro esperienze con lo stesso disagio del chirurgo costretto ad operare in un ospedale da campo con mezzi di fortuna e con il sentimento soggettivo che non stanno facendo delle vere analisi.