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Da quando si è iniziato a parlare di “crisi della psicoanalisi”, molteplici motivi ne sono stati individuati come cause: motivi esterni, sociali, economici, scientifici, culturali, e motivi interni, personali degli analisti o delle loro istituzioni. I motivi sono senz'altro molti e concorrenti. In questa sede ne prenderò in considerazione uno, del cui peso rispetto agli altri non saprei pronunciarmi, ma sul quale credo sia possibile riflettere ed eventualmente provvedere.
La tesi che qui vorrei dimostrare è che l'identità degli psicoanalisti si basa — ovviamente non in modo totale, per fortuna — sul fantasma di una teoria psicoanalitica supposta unitaria, intesa come serie di verità accertate e confuse quindi con altrettante “scoperte”, identificata con Freud e coincidente con l'istituzione psicoanalitica, che la custodisce e mantiene, a creduta garanzia della professione. La messa in crisi della teoria freudiana, e la comparsa di differenti teorizzazioni, mette in crisi l'identità dello psicoanalista e — di fatto, anche se in modo non riconosciuto — l'Istituzione, con possibili conseguenze a catena.
In Freud c'è un equivoco di fondo, tramandatoci: non si distingue la teoria dalla scoperta ed entrambe dal metodo. V'è inoltre una confusione epistemologica tra il livello descrittivo della conoscenza e la spiegazione dei fatti descritti. Scrive Holt: “Alcuni errori metodologici risultano abituali in Freud e rendono più faticoso cogliere un significato preciso. Egli tendeva a reificare i concetti, arrivando persino a personificarli ed amava lasciarsi andare alle metafore, avvicinandosi alla poesia. Non sempre faceva distinzioni chiare tra ciò che osservava e ciò che presupponeva; spesso infatti si comportava con le innovazioni concettuali