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Quando si tratta di determinare il modo in cui agisce la psicoanalisi in quanto terapia le nostre opinioni possono essere le più diverse; su un punto, però, abbiamo una buona percentuale di consenso: la terapia è riuscita se alla fine l'analizzando avrà acquisito capacità mentali di cui non disponeva in precedenza. È questo il processo del “mutamento strutturale” al quale allude Freud (1933) con il suo celebre aforisma: “Dove era Es, deve subentrare l'Io”. S'intende che la questione può essere formulata anche in altri modi: per esempio Kohut (1984) ha scritto che la guarigione consiste nell'edificazione di “strutture di compenso” per mezzo di una “interiorizzazione trasmutante”. Altri preferiscono sottolineare che il mutamento consiste nel costituirsi di nuove modalità relazionali, presumibilmente in conseguenza della relazione oggettuale di tipo nuovo offerta dall'analista. Comunque si voglia descrivere tale processo, il suo punto cruciale resta lo stesso: l'analizzando ha imparato un modo più adattativo per affrontare i cimenti che la vita gli propone.
Perciò, se la psicoanalisi consiste in una educazione suppletiva — una Nacherziehung, come la definisce Freud (1916-17) — ne consegue che il ruolo dell'analista come istruttore ha un'importanza quasi pari a quella dell'analizzando in quanto discepolo. Tuttavia nella nostra letteratura la quantità di testi in cui si trattano gli ostacoli all'apprendimento imputabili a caratteristiche del paziente — in genere definite come “resistenze” — è infinitamente superiore a quella in cui si descrivono le caratteristiche che l'analista deve possedere quando si accinge al compito di insegnare. In questo panorama di negligenza si distinguono alcune eccezioni: i contributi pionieristici di Gardner (1983, , 1995), scritti