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Quasi trenta anni fa Greenson e Wexler (1969) ipotizzarono che l'analista e il paziente possano distinguere entrambi, nell'ambito della seduta analitica, le reazioni propriamente transferali dalla relazione reale costituita tra loro. Questa differenziazione faciliterebbe il consolidamento dell'alleanza di lavoro, lo sviluppo del giudizio di realtà e i processi di autoriflessione del paziente.
Tali proposte suscitarono all'epoca molteplici controversie, sia sulla portata della partecipazione dell'analista che sulla possibilità di discriminare e focalizzare il fenomeno transferale rispetto alla relazione reale.
Nell'ambito del presente lavoro ritornerò, in primo luogo, su quella vecchia polemica, evidenziandone i punti che, a mio giudizio, rimangono problemi aperti per la riflessione psicoanalitica attuale. All'epoca tale polemica non ebbe grande risonanza nella regione del Rio de la Plata1 né vi presero parte esponenti della psicoanalisi rioplatense, tuttavia ritengo che alcune delle principali questioni sollevate al suo interno siano state dibattute anche nella nostra regione seppure in contesti diversi.
In secondo luogo, riconoscendo la necessità di discriminare diverse sfaccettature dell'interazione analitica, riformulerò alcuni aspetti della proposta di Greenson, dando preminenza alla partecipazione inconscia dell'analista