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Nella psicoanalisi classica il bambino freudiano viene definito perverso polimorfo e indicato come preda di intense primitive pulsioni. Ne Il disagio della civiltà la naturalità attraverso cui si esprime la condizione umana viene descritta come un coacervo di violenza e aggressività, seppure fantasticate, mai completamente imbrigliate dal Super-Io. Istinti aggressivi e passioni primitive che portano allo stupro, all'incesto, all'omicidio sono tenute a freno in maniera imperfetta dalle istituzioni sociali e dal senso di colpa. Le nevrosi e anche le perversioni sarebbero figlie dell'eterno conflitto natura-cultura. Anche il bambino descritto da Melanie Klein è abitato da terrifiche fantasie aggressive e bisognerà attendere autori quali Winnicott e Bion perché il bambino descritto dalla psicoanalisi perda quelle connotazioni negative, che sanno tanto di reazione al bigottismo antisessuale dell'epoca, per essere osservato in una dimensione evolutiva che si realizza in relazione alla presenza della madre.
Il concetto di holding in Winnicott e quello di rêverie materna di Bion ci fanno vedere come la presenza della madre, rappresentante e mediatrice del mondo esterno, permetta il passaggio dal non pensiero alla costruzione di elementi di pensabilità che poi, a loro volta, consentono la rappresentazione. La madre fin dall'inizio della relazione contiene in sé il terzo, il padre lacaniano, per cui, quando è “sufficientemente buona”, il suo contenimento affettivo è anche strutturante. Quando questo contenimento non funziona, e le ragioni possono essere varie (dalla depressione materna che toglie attenzione alle richieste filiali, alle condizioni socio-economiche che possono ridurre il tempo di contatto con il bambino, all'ambiente culturale che può promuovere o rendere difficoltoso quest'incontro), aumenta la possibilità che le fantasie infantili si corazzino, in qualche caso si realizzino, dando origine a quadri perversi di diversa entità e configurazione.
R.J. Simon, uno psi