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Nel 1983, quando la “crisi della psicoanalisi” era ancora di là da venire, J. Sandler scrisse un lavoro su “certe relazioni tra i concetti psicoanalitici e la pratica psicoanalitica” (Int. J. Psycho-Analysis, 64, 35). Il suo assunto era che nel corso della propria esperienza clinica, dall'inizio del training in poi, ogni analista si costruisce, nel preconscio, una serie di frammenti teorici che sono direttamente correlati al lavoro clinico. Sono teorie, modelli e schemi molto parcellari, caratterizzati dal fatto di poter essere richiamati alla coscienza quando il singolo paziente lo rende opportuno. Se sono contraddittori fra loro non ha molta importanza. Gli aggiustamenti che ciascun analista fa al proprio lavoro lo portano, con il passar del tempo, a meglio adattare questo suo bagaglio teorico privato al materiale dei suoi pazienti, in modo più corretto di quanto egli potrebbe fare uniformandosi coscientemente, in modo canonico, alle teorie ufficiali nella loro interezza.
Quel lavoro, che all'epoca passò abbastanza inosservato, torna d'attualità e oggi si carica anzi di un tono quasi premonitore. Infatti non c'è più analista che non si chieda se e come l'edificio teorico della psicoanalisi, con tutti gli annessi e le superfetazioni che vi si sono andati sovrapponendo negli ultimi venti o trenta anni, potrà uscire dalla crisi, che cosa ne resterà e che cosa andrà incontro a rimaneggiamenti o al disuso.
Giorgio Sassanelli, con questo suo volumetto, si dimostra in tal senso pienamente figlio del suo tempo. Di fronte al mare magnum delle teorie psicoanalitiche (da un lato) e delle nuove forme che la patologia psichica va assumendo (dall'altro), egli si pone, evidentemente anche se non esplicitamente, il problema di quali siano i contributi teorici in grado di restare validi e di quale possa essere la loro integrazione ai fini di una cura psicoanalitica più adeguata alle difficoltà dei pazienti di oggi. La migliore messa a fuoco della patologia narcisistica nelle sue var