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Spesso rifletto sul come e perché dei “flussi migratori” delle persone, e, quindi, anche delle idee, o del solo nomadismo delle idee, comprese quelle psicoanalitiche. Perché e come si effettuano le “esportazioni” e le “importazioni” di nuovi concetti, di pensieri innovativi? Quali influenze esercitano sul pensiero nel luogo di migrazione? Interrogativi che meriterebbero un ampio spazio. Per quanto riguarda il pensiero psicoanalitico mitteleuropeo o di lingua tedesca, sappiamo come ci sia stata una emigrazione di persone ed una esportazione di idee in diverse parti del mondo al tempo del nazismo. Sappiamo pure come il pensiero psicoanalitico abbia subito un arresto, per tempi più o meno lunghi ed in ogni caso in modo incisivo, nella sua naturale evoluzione nei paesi caduti sotto il dominio nazista. Ma come ha reagito il pensiero psicoanalitico mitteleuropeo, e, in particolare, quello tedesco dopo la caduta del nazismo? Qual è lo stato attuale della psicoanalisi in Germania e nel mondo di lingua tedesca? Si tratta di domande molto importanti per rispondere alle quali occorrerebbe uno studio molto approfondito. Le vicende specifiche, dal 1933 al 1951, della D.P.G. Società Psicoanalitica Tedesca (in passato forse gravata da tendenze accomodanti nei confronti del Terzo Reich e non appartenente all'I.P.A.) sono certificate in un ricco ed esauriente libro di Regine Lockot, della casa editrice Diskord, 1994. In precedenza, nel 1985, Karen Brecht, Volker Friedrich, Ludger M. Hermanns, Isidor J. Kaminer, Dierk H. Juelich avevano curato, per i tipi della casa editrice Kellner, un ben documentato libro, strettamente storico, sulla psicoanalisi tedesca, ma soprattutto sul tormentato periodo nazista. Veniamo a sapere che alla fondazione dell'Associazione Psicoanalitica Tedesca (D.P.V., appartenente all'I.P.A.) contribuirono (con conferenze, supervisioni e analisi didattiche) numerosi analisti dell'I.P.A. tra i quali Franz Alexander, Michael Balint, Erik. H. Erikson, Fritz Morgent