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Mi sembra un libro importante: sia perché si inserisce naturalmente nella storia, sia perché ci prospetta un modo diverso di concepire il rapporto tra vissuto e conoscenza nell'ambito dell'esperienza psicoanalitica.
Un'originalità che, però, non è né guizzo né vezzo intellettualistico, come l'invenzione ad ogni costo e senza radici. Si tratta, invece, di uno studio molto ponderato e rigoroso della tradizione concettuale freudiana ed una riflessione che viene messa in moto da interrogativi profondi ed inquietanti emersi nell'esperienza con i pazienti. Inoltre, con il tormento tipico di una vera tensione alla conoscenza, prosegue con insistenza e chiarezza fino a cogliere quella interpretazione o ipotesi che possa provvisoriamente colmare la lacuna problematica che l'esperienza clinica aveva permesso di mettere in evidenza.
Nella lettura di questo libro siamo portati, attraverso lo snodarsi di questa riflessione, fra concetti, vissuti e fenomeni della psiche, senza che mai ci sentiamo forzati a dover abbracciare un punto di vista, ma sempre a riconoscerci con il nostro vissuto in quella rappresentazione di evenienza psicologica, quasi che ci fosse appartenuta.
È un libro dove il rigore scientifico non toglie nulla all'umanità di cui si parla e, poiché riguarda tutti, il sentirsi oggetto di quel discorso non rende mai il lettore passivo, ma permette di condividere con l'Autore il tentativo di dare luce e senso alla nostra condizione di sofferenza.
È difficile entrare nei particolari di questo libro, perché estrapolare qualcosa dal suo insieme, che è molto concatenato e denso, può comportare il rischio di alterarne il senso e la visione più generale. Ciò nonostante, voglio brevemente provarmi a farlo. Mi limiterò solo ad alcune delle tante cose che mi hanno particolarmente colpito: quelle che, dal mio punto di vista, hanno una funzione centrale in quest'ampia riflessione sulla psicoanalisi.
Con un atteggiamento operativo di taglio autoanalitico, come chi ha ben assimilato la