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Per uno psicoanalista la lettura di questo libro di Luisa Accati è estremamente istruttiva. I miti, per un analista possono, seguendo Freud, essere letti come proiezioni di situazioni intrapsichiche; oppure, tenendo conto di ciò su cui insistono i mitologi, possono essere considerati come un testo da decodificare (soprattutto quando sono lontani, o nel tempo o nello spazio). Ma le cose si complicano ulteriormente quando ci si rivolge al presente, in una sorta di hic et nunc che, gestito opportunamente, rinvia ad antiche e moderne conferme e svia qualunque problematizzazione.
Per lavorare sulla relazione madre-figlio, scrive l'Autrice, sembra inevitabile ricorrere a strumenti dell'antropologia e della psicoanalisi, oltre che a strumenti della storia. Soltanto l'esperienza di modi diversi di pensare gli stessi pensieri può fornire i mezzi per capire per esempio come i simboli dominanti si siano sostituiti alla vecchia realtà: così quando si tratta di donne e di ebrei. I modi diversi di pensare gli stessi pensieri sembrano, a parte il diverso livello, il pendant della sovradeterminazione.
Questo libro, come ci dice la Accati, è un esempio di elaborazione, una delle possibili proposte di lettura di alcuni simboli religiosi della maternità. Coerentemente con quanto sopradetto, l'Autrice, in una sorta di oggetto (o soggetto)-centrismo, anziché concentrarsi sugli strumenti, si diffonde amplissimamente appunto sul tema dei simboli religiosi relativi alla maternità.
Si può dire che questo excursus conferma il legame indicato da Freud fra simbolizzazione e rimozione. Quasi sempre infatti ciò che può essere percepito anche come simbolico a prima vista non esaurisce