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L'annata d Contemporary Psychoanalysis del 1997 può essere consultata secondo vari ed interessanti piani di lettura. Il primo piano che propongo riguarda l'argomento
psichiatrico delle patologie gravi e del loro trattamento psicoanalitico. È con particolare piacere, legato alla pressoché totale scomparsa dalle altre riviste psicoanalitiche di questo tema, che segnalo alcuni lavori sulla psicoterapia della schizofrenia, o per meglio dire di quella quota di pazienti che è trattabile in questo modo.
G.S. Kanwal (“Hope, respect and flexibility in the psychotherapy of schizophrenia”, 1, 133-151) sottolinea come la mancanza di speranza del paziente schizofrenico possa essere “appresa” dal paziente in ambienti terapeutici demotivati e sia inoltre causata da vari fattori intrinseci, quali la cronicità del disturbo, la povertà delle relazioni sociali e familiari, nonché l'appiattimento psico-fisico legato a spesso eccessive terapie farmacologiche. La speranza del terapeuta, e insieme ad essa del paziente, è un potente elemento di strutturazione dell'esperienza, se riesce ad introdurre una dimensione intermedia tra la fantasia onnipotente e la piatta concretezza della realtà.
A.L. S. Silver, che attualmente dirige il programma educativo della clinica di Chestnut Lodge, nel corso del suo lavoro (“Chestnut Lodge, then and now”, 2, 227-249) ci introduce ai grossi mutamenti terapeutici che sono sopravvenuti nel trattamento dei pazienti ricoverati nella clinica di Chestnut Lodge e nel contempo discute del lavoro psicoanalitico con una paziente affetta da schizofrenia e disturbo ossessivo compulsivo. Per quel che riguarda i primi, essi sono legati al fatto che attualmente, in linea con l'orientamento ormai internazionalmente condiviso di un approccio “bio-psico-sociale” ai disturbi psicotici e con le esigenze del “managed care”, le strategie del trattamento comprendono normalmente un'adeguata terapia farmacologica integrata con gli altri approcci psicoterapeutici intensivi, educati