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Si è svolto a Berlino dal 25 al 28 marzo 1999 il Congresso della Federazione Europea di Psicoanalisi “Amore, odio e violenza: una sfida per la psicoanalisi contemporanea”. Vi hanno partecipato circa settecento persone, che hanno potuto ascoltare e poi discutere in numerosi panel le quattro relazioni principali di Hermann Beland (Germania), di Nick Temple (Gran Bretagna), di Antonio Alberto Semi (Italia) e di Gilbert Diaktine (Francia). Altri colleghi italiani hanno presentato dei lavori nei vari workshop: Silvia Amati Sas (“Sulla comprensione psicoanalitica dei traumi estremi”), Simona Argentieri (“Violenza, working through e sublimazione”), Nino Ferro (“Contenimento insufficiente e intensità delle emozioni nella psicoanalisi del bambino e dell'adolescente”), Pier Luigi Rossi (“La violenza dell'interpretazione”).
L'attuale Presidente della FEP, Alain Gibeault, ha scritto nella brochure e poi commentato in sede di Congresso che la scelta della città di Berlino, con la caduta del muro dieci anni fa, può simbolizzare la speranza di un incontro tra i membri della comunità psicoanalitica europea dei paesi dell'Est e dell'Ovest, al di là delle barriere linguistiche e culturali, e di intravedere, per il futuro, gli elementi che possono assicurare il predominio di Eros su Thanatos. Parole di speranza che sono tuttavia apparse in contrasto con la realtà della violenza e della distruttività che, nelle stesse ore del Congresso, aveva iniziato a consumarsi nel cuore della regione balcanica.
Anche ora è inevitabile che, mentre scrivo la cronaca di un Congresso sull'amore, la violenza e la distruttività, mi senta “bombardato” dalla reale tragedia di una violenza collettiva. Uno dei quesiti che più mi risuonano, dopo il Congresso da poco concluso, è se sia congruo porre degli elementi di congiunzione tra l'odio, la distruttività e l'amore che si vivono nella dimensione privata della stanza di analisi e quelli che si concretizzano nella dimensione pubblica e collettiva: come sostenev