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Se siamo analisti di training, possiamo pensare per un momento a quando abbiamo fatto - fatto di getto forse - la nostra prima supervisione? Se di getto, secondo una determinata teoria e tecnica, non uguale ma simile a quella dei nostri supervisori di un tempo, pur non potendo esser sicuri di quale veramente fosse. E il nostro nuovo allievo-candidato non procedeva forse, nei suoi primi contatti-movimenti con il paziente, inconsapevolmente guidato dalla teoria e tecnica del suo proprio analista, e spesso anche maldestramente sospinto dalle abitudini contratte in una sua pratica psicoterapeutica? Mi trovo tra coloro che sulla precisazione di una tecnica della psicoanalisi hanno dei dubbi, ma non certo sulla presenza di diversi modelli psicoanalitici e teorie dello sviluppo e assetto mentale.
Col passare degli anni siamo andati sempre più riflettendo su modi e motivi di procedere nel lavoro di supervisione (Corrao, Manfredi, Nissim, Tagliacozzo), via via differenziandoci in essi dai nostri antichi supervisori. Anche i più liberi ed eclettici di noi arrivano a pensare che commentare e suggerire nella supervisione non sia abbastanza, si dovrebbe anche insegnare. Ma insegnare che cosa, e, tanti essendo i modelli della mente e modi e tempi di procedere con essi, quale di essi insegnare e per quale ragione, a parte quella di esservi nato e cresciuto dentro?
Nella stesura di queste note mi sento però abbastanza libero di navigare nell'utopia di una inesistente - ma forse proponibile - teoria unitaria della psicoanalisi.