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Un'importante area di ricerca per la psicoanalisi è poter osservare “le modalità con cui il sociale, la sua cultura e la sua mentalità entrano a strutturare la realtà psichica individuale” (Puget, 1994, 3), cogliere il modo con cui queste dimensioni si fanno presenti nello specifico incontro con i pazienti che la nostra disciplina consente.
Un modo di intendere la teoria psicoanalitica induce tradizionalmente a privilegiare altre dimensioni e a lasciare sullo sfondo il contesto sociale e gruppale. Ma, come nota J. Puget (Puget, 1994, 3), il setting stesso, allora, può, inconsapevolmente, essere fruito come nicchia, o cellula asettica, rispetto all'universo culturale e organizzativo in cui viviamo.
Una paziente narra con dolore e disagio all'analista le torture e i maltrattamenti subiti in un periodo particolare della storia, sua e del suo paese; concludendo si chiede perché mai l'analista “si presti” a portare questi terribili pesi insieme con lei: lei non è mia madre, dice, come potrò ripagarla, perché lo fa? “Curiosamente o no”, commenta l'analista, “anch'io mi ero posta la stessa domanda esistenziale e risposi: lo faccio perché anch'io sono nello stesso mondo” (Amati Sas, 1997, 17). La psicoanalisi oggi si sta impegnando, con interesse crescente, in un percorso di attribuzione di senso al contesto e al sociale da diversi vertici: la rilettura critica della storia della psicoanalisi(1), la ricerca sui gruppi, sulle malattie gravi, sull'infanzia, sulla famiglia, sui contesti violenti ecc.
In questo contributo propongo alcuni spunti sui possibili nessi tra la stanza d'analisi e la specifica scena organizzativa in cui l'analista vive: l'istituzione psicoanalitica.