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Il progetto di nascita e lo svolgimento di questo contributo si sono sviluppati e chiariti progressivamente dentro di me. La spinta iniziale a trasferire sulla carta la seduta analitica che ha avviato il lavoro ha trovato la sua ragione nelle particolarità degli avvenimenti che hanno caratterizzato il “campo” analitico e su cui sentivo il bisogno di riflettere a posteriori, recuperando i ricordi affioranti. La seduta, per quello che ho pensato, mi pareva essere compresa in quell'alone di significato che Winnicott impiega nel differenziare il concetto di regressione alla dipendenza da quello di ritiro (Winnicott, 1954, 1959).
Anche se un altro termine, fragilità, meno abituale nel nostro lessico, mi era sembrato capace di definire la dimensione fenomenica in cui Giovanna ed io ci stavamo muovendo da qualche tempo.
Mi ero convinto, riflettendo sulle ultime sedute precedenti quella che presenterò, che la nostra relazione analitica avesse raggiunto (termine che esprime l'evolversi di un progetto) una zona estremamente sensibile della psiche della paziente, tale da permetterne la percezione ad ambedue.
Questa percezione mi aveva indotto a pensare che la fragilità, in quanto aspetto dominante dei nostri scambi affettivi e conoscitivi, rappresentasse per la paziente una importante situazione di rischio, immaginato come una vulnerabilità a ferite e sanguinamenti psichici prodotti (inavvertitamente) da miei atteggiamenti (verbali, emotivi, fisici).
La seduta che sto per raccontare mi ha ulteriormente indotto a comprendere come il “campo”in cui la fragilità diviene il registro prevalente possa costituire